martedì 17 ottobre 2017

Cronaca di lei (recensione)



Cronaca di lei
Prendere e dare pugni, allenarsi, combattere, sentire la fatica fino allo sfinimento: l’uomo vero viene fuori proprio nella fatica, e per questo desidera costantemente lo sforzo, unico rimedio per inghiottire i brutti pensieri e ripulirsi da ogni scoria. Nel romanzo di Alessandro Mari intitolato Cronaca di lei (Feltrinelli 2017), non è difficile indovinare i parallelismi tra vita e boxe, tra combattimenti esistenziali e difficoltà vissute tra le corde di un ring.
Milo Montero è un pugile professionista che vuole riconquistare il titolo mondiale. La sua fisicità è massiccia e presente, insieme ai vestiti anneriti dal sudore, al cibo della sua particolare dieta, ai muscoli tesi in allenamento o negli incontri più intimi. In un paese imprecisato non molto lontano da Milano, il campione si prepara al match tenendosi a distanza dalla mondanità e dal trambusto della metropoli. È il paese della sua infanzia, ma anche il paese che gli ricorda un terribile dolore familiare, una sconfitta insopportabile, sempre viva anche dopo tanti anni, che cerca di superare immergendosi nel fiume vicino – teatro del lontano dramma – o lasciandosi scuotere per venti minuti dall’acqua fredda dell’idromassaggio a conclusione degli allenamenti mattutini. È l’acqua l’elemento del suo dolore, l’elemento che attraversa la sua vita imperlando di sudore il suo volto tumefatto o battendo sui vetri sotto forma di temporale.
La villa che diventa il nuovo quartier generale del team di Milo Montero si popola gradatamente di figure e oggetti. C’è un andirivieni di camion che scaricano “bancali di immani scatoloni” contenenti roba e attrezzature ordinarie ma al contempo insolite, quasi venissero da un passato molto lontano, forse anche perché si tratta di roba consegnata con “quei dannati bancali” in qualche modo evocativi della giovinezza segnata dal dramma familiare; e poi c’è un turbine di personaggi, più e meno importanti, che ruotano attorno al campione, che da lui succhiano linfa vitale come parassiti travestiti da generosi aiutanti, e che in varia misura attingono alle risorse del suo impero finanziario, fatto di marchi commerciali, palestre, energy drink e sponsor. Quasi a simboleggiare la rassegnazione con cui vengono accettati questi “parassiti”, Milo Montero apre per loro i pesanti cancelli della sua tenuta, dove appunto non mancano vere e proprie “celle […] [in un’]ala della villa, [destinate come] rifugio di viandanti e pellegrini e membri del clan”.
Tra le figure che emergono da questo clan ce ne sono almeno tre di spicco. Irene, sorella e manager di Milo, è una donna colma di determinazione e sprovvista di scrupoli. Leo Ruffo è lo scrittore incaricato di preparare un libro su Milo – ennesimo strumento della macchina pubblicitaria ideata da Irene attorno al brand costruito sul nome del fratello, soprannominato One Way. E poi c`è lei, semplicemente “la ragazza”, personaggio di cui il testo non ci rivela il nome ma che paradossalmente assurge a protagonista, prepotentemente e ostinatamente, fino a introdursi nel titolo stesso del romanzo. È lei la chiave di tutto, la persona che cambia ogni cosa nella vita di Milo, la donna che fa nascere un sentimento forte in lui: ed è proprio così che Milo One Way Montero “sente ancora più forte di volerla in questa [nuova fase della sua] vita, […] [perché con lei] potrebbe pure inventarci un buon amore”.
La ragazza la incontriamo subito, nell’incipit, mentre si incammina in direzione della villa. È inseguita da un temporale minaccioso e, nel buio della sera, attraversa il bosco che separa il paesino dalla collina in cui sorge la villa di Milo. Una volta lasciatosi il bosco alle spalle, la collina le appare “come un cranio colossale venuto su per un qualche morbo del sottoterra, o dimenticato sulla pianura da una mano più colossale ancora”. Il riferimento a una forza trascendente e al Calvario, che è un’altura il cui nome vuol dire appunto “cranio”, è molto forte. Dopotutto abbiamo già sottolineato come la fatica e la sofferenza siano dei temi centrali in questa storia. Ecco allora che, a fare da contrappunto alla pesantezza della fatica, la ragazza viene presentata nella sua totale leggerezza – elemento d’aria che si affianca a quello dell’acqua – mentre “spalanca le braccia come volesse catturare il vento con due umanissime ali”.
Si potrebbe azzardare che nella ragazza si adombri una dicotomia tra bene e male, tra essere angelico (ali) e creatura terrena (umanissime), tra apparenza ingannatrice e genuina essenza. Non a caso ha spesso un fare provocante che rivela eccellenti capacità di dissimulazione e seduzione, eppure ha anche “una faccia che sembra avere sotto qualcosa di vero”.
Questo qualcosa di vero è custodito nell’intimo della sua coscienza, nella ferma riluttanza a parlare del proprio passato, nel segreto di un segno che porta sulla pelle. E proprio quest’ultimo particolare rivela il tratto più malinconico della ragazza: in mezzo a un clan di uomini e donne che ostentano corpi tatuati con dettagli che rimandano ad aspetti epici della loro vita e del loro carattere, lei nasconde il segno permanente di un misterioso dolore che in lei ha preso forma di cicatrice sulla schiena.
L’aura di mistero che avvolge la ragazza è ulteriormente corroborata dalla scelta stilistica dell’autore, il quale decide di non svelarne mai il nome, eccetto forse per una frase ambigua nella quale potrebbe averlo celato di proposito e non senza maestria. La frase in questione è pronunciata dalla migliore amica di lei, che si rivolge alla ragazza dicendo: “Aria, avevo bisogno d’aria”. A prima vista verrebbe da pensare che si tratti di una epanalessi (o geminatio), figura retorica che consiste nel ripetere una parola all’interno della stessa frase per rafforzarne il significato. Se così non fosse, però, la prima “Aria” sarebbe un nome proprio di persona, un vocativo, ovvero il nome della ragazza, alla quale l’amica si sta rivolgendo.
Ma torniamo alle sembianze semi-angeliche della ragazza, con le braccia come ali che si oppongono all’aria della tempesta e con un viso bellissimo – proprio dell’iconografia dell’angelo – che nasconde qualcosa di vero sotto la sua superficie. Un angelo, forse, chiamato Aria e privato delle ali, al posto delle quali ora si intravede la cicatrice causata dalla loro perdita.
Sembra proprio che il compito di questo angelo terreste sia quello di prendersi cura del campione e di riportare entrambi a una condizione di primordiale felicità, guidandolo attraverso un cammino  di sacrifici e rinunce (ecco che ritorna il tema del calvario) con lo scopo di ritrovare l’autenticità del loro amore. “Tu sapresti vivere senza questa villa, le palestre, senza il resto? […] Io so vivere senza tutto questo” mette in chiaro la ragazza a un certo punto, rivolgendosi a Milo. Il suo è indubbiamente un continuo anelare alla “vastità” del loro rapporto, una continua ricerca di “cosa resta una volta strappate le superfici da tutte le cose”. E subito dopo lei puntualizza: “Sapresti lasciare tutto per me?”.
Insomma, la felicità primordiale alla quale aspirano è una felicità che somiglia al prima, alla condizione ante quem della loro esistenza, a un ricordo di felicità non ancora graffiata da tragedie familiari, non ancora corrotta dal successo e dai soldi, mentre il loro legame presente è così forte che deve prescindere da ogni difetto, nonostante il loro lati oscuri e il germe di male spirituale che ineluttabilmente vive dentro di loro. “Ti amo anche sei fai schifo, dice la ragazza. Tu sei capace di amarmi anche se faccio schifo?”
Un ultimo aspetto rilevante di questo straordinario romanzo Cronaca di lei riguarda gli odori. Al contrario di quanto avviene nella maggior parte dei testi letterari in circolazione, l’olfatto è un senso al quale Alessandro Mari dà ampio spazio, un tratto che definisce i personaggi, che mappa gli ambienti, che descrive gli stati d’animo e le passioni. I luoghi esterni sono ben definiti: si passa dall’odore di “lisoformio e canfora e sudore” presente nella palestra a quello “di pane speziato che erompe dai chioschi […] [e ti]  impregna la sciarpa” lungo le strade del paese. Sempre fuori, sotto “il cielo stellato, [si avverte] l’odore dell’erba rasata dai giardinieri”, ma nel “quartiere della Ferrovia l’odore cambia di nuovo, [e sa di] spezie, frittura, benzina”. L’odore riflette anche le stagioni, come quando “viene l’odore forte della pioggia che rimbalza sul davanzale e ricade sul pavimento”, ma anche quando “c’è odore di terra, […] [che] oltre la sbarra in fondo alla stradina l’aria prende un sentore inaridito e dolciastro. L’odore di una città in agosto”.
Odori sempre odori. A volte gli odori sono profumi, altre volte la loro sgradevolezza marca gli ambienti da cui provengono, soprattutto ambienti chiusi, come il commissariato che odora di “muffa e calcina” o quello della casa appena ristrutturata che “odora di colla, pittura, deodorante per tessuti”. E ancora: odore di incenso, “termosifoni e marijuana”, “alito di corpi sudati” e “fotocopiatrici che odorano di ossidi e carbone” nella sala studio dell’università… Man mano che la scena cambia, cambiano gli odori, rendendola più gradevole o ripugnante, dandole una precisa tonalità olfattiva, carezzando e arricchendo l’immaginifica sensorialità del lettore.
Gli odori definiscono anche il carattere dei personaggi, la loro intimità, ne accentuano l’umore. Irene spande “un profumo amaro e sofisticato”. La ragazza, lei, ha al contrario un profumo buono che a più riprese Milo riconosce e apprezza, mentre l’odore stesso di Milo è estremamente mascolino, se non addirittura sgradevole, come quello che verosimilmente lascia nell’abitacolo della macchina, impregnato di un odore “acre, animale, che il deodorante non riesce a mascherare”. In un’altra circostanza, l’odore del campione di pugilato sarà invece quello di sudore e sangue che, a un certo punto della storia, lo accompagneranno dal ring fino al letto di un ospedale.
In mezzo a tutta questa tempesta olfattiva c’è infine Buster, il cane fidatissimo di Milo, “che lo difende da insidie impensabili e pericoli senza forma, ma all’apparenza con un odore”. È proprio Buster, in un’occasione ben precisa, a puntare “le zampe sulla balaustra [e a] muove[re] febbrilmente il naso. Come fiutasse un’incongruenza negli odori”. Lo stesso accade quando successivamente si prospetta una minaccia di “odore amarognolo quasi impercettibile” che Buster fiuta con decisione. E poi ancora Buster che “solleva il muso […] [e] sembra fiutare la tensione”…
La prosa di Alessandro Mari è ritmata, incalzante, ricca di elementi concreti che offrono al lettore tutta l’autenticità dei personaggi e del loro mondo, anche quando il lettore non abbia familiarità con l’ambiente della boxe. Perché, in fin dei conti, la boxe, per quanto centrale nel romanzo, è solo un pretesto per raccontare una grande storia di sacrifici da affrontare per raggiungere con onestà gli obiettivi più importanti della propria vita; o, forse, una grande storia per definire, attraverso la fatica e la perseveranza, ciò che veramente è importante, ciò per cui valga la pena vivere e combattere.
Giuseppe Raudino

sabato 7 ottobre 2017

I trogloditi della rete



Quando, sul finire degli anni trenta, una radio americana mandò in onda il racconto di un’invasione aliena utilizzando lo stile tipico del giornalismo, molti abitanti di New York abbandonarono i loro appartamenti e si diedero alla fuga, creando caos per le strade. La radio, come mezzo di comunicazione di massa, era relativamente nuova e gli ascoltatori non erano abituati a distinguere la fiction dalle news, la fantasia dai fatti reali.
Titolo centrale: Radioascoltatori nel panico, prendendo sul serio un sceneggiato di guerra - In molti abbandonano le case per sfuggire a un "attacco col gas proveniente da Marte" - Le telefonate sommergono la polizia...
Oggi gli ascoltatori radiotelevisivi sono così smaliziati che sarebbe assurdo pensare di dover fare precedere ad ogni puntata di House of Cards un messaggio che li avvertisse che Frank Underwood non è il vero presidente degli Stati Uniti, o che non esiste alcun commissario di nome Montalbano a Vigata (ammettendo per assurdo che Vigata esista davvero). Diciamo che il codice televisivo, inteso come insieme di norme, regole e consuetudini riguardanti ciò che viene trasmesso, è stato introiettato dal pubblico, a prescindere dal profilo sociodemografico e dal livello di istruzione dei singoli individui. Oggi chiunque – a parte rare e gravi carenze cerebrali – è allenato a distinguere in televisione una soap opera da un telegiornale, e questo perché sono trascorsi numerosi decenni di familiarizzazione col mezzo.
Al contrario, le cronache degli ultimi tempi fanno invece pensare che la familiarità del grande pubblico con i social media sia ancora agli albori. Non intendo ovviamente la diffusione dei social, che ha raggiunto la quasi totalità della popolazione (sono in pochi a non avere Facebook in tasca, nel proprio smartphone), quanto piuttosto la comprensione del codice che li regola e, in particolare, l’attribuzione del grado di attendibilità di un messaggio che si diffonde attraverso i social network.
Cosa è opportuno fare quando si interagisce attraverso i social? Cosa ci si aspetta e quali conseguenze può avere un messaggio ricevuto, inviato o condiviso? Bisogna fuggire di casa se si vedono gli alieni sullo schermo? Ma soprattutto, quali filtri vengono a porsi tra una notizia fondata e il resoconto che ci raggiunge?
Queste banalissime domande non trovano risposte condivise. Se esiste la necessità a livello accademico di studiare le cosiddette fake news come fenomeno sociale, e se esistono diversi esempi di rabbia e razzismo che esplodono in modo virale con frequenza quotidiana, come minimo ci si può aspettare che la maturazione, da parte del pubblico, impiegherà ancora molto tempo. E un giorno lontano, gli studiosi, guardando alle interazioni online di questi anni, si domanderanno: ma come facevano quei trogloditi digitali a insultarsi apertamente tra di loro, a mostrare spudoratamente il proprio lato razzista senza nemmeno preoccuparsi della propria reputazione e a credere alle tante stupidaggini che circolavano vorticosamente in rete, dalle pseudo-scienze alla medicina fai-da-te?

domenica 9 luglio 2017

L'altro addio (recensione)




Tomassini L'altro addioL’altro addio di Veronica Tomassini (Marsilio, 2017) è la lunga confessione di una voce narrante che si rivolge alla persona amata. Non tanto il ricordo dei rari momenti di felicità insieme, quanto il dolore e la disperazione per il distacco e la nostalgia sono al centro delle pagine di questo romanzo, che è scritto con un linguaggio tanto ricercato da rasentare talvolta il parossismo stilistico e un intreccio che si avviluppa su se stesso al limite della compulsione. I pensieri si sovrappongono, spariscono, poi si ripresentano con più prepotenza, rafforzandosi nelle ripetizioni ossessive, scintillando di luce diversa man mano che i salti temporali si alternano nel corso della narrazione. Il romanzo di Veronica Tomassini non vuole soffermarsi sull’intreccio degli avvenimenti, che tutto sommato è semplice, ma si protende verso le emozioni che attraversano i personaggi, con i loro atteggiamenti estremi, le loro miserie, le loro immancabili contraddizioni.
Sebbene un indizio molto sibillino sembri svelare il nome del protagonista, la voce narrante si rivolge all’uomo col solo vezzeggiativo di “misiek”, un termine polacco quasi intraducibile in italiano che dà l’idea di un uomo di grande corporatura che ispira tenerezza.
Ma chi è il protagonista? Senza dubbio è un “[p]ortatore di guai e di dolore nella vita altrui” (p. 132) capace di travolgere ogni persona che incroci il suo cammino – e questo vale soprattutto per le donne. Nato in una cittadina rurale della Polonia, ben presto sceglie la strada della criminalità (rapine, sfruttamento della prostituzione) pur di permettersi un alto tenore di vita. Il grande salto sarà quello di tentare fortuna in Italia, ma il viaggio si rivelerà una caduta nella disperazione, nella malattia, nel fallimento e nella sofferenza.
La parabola discendente di questo polacco si coglie, topologicamente, anche nella geografia dei luoghi: da Końskie a Varsavia, ovvero dalla misera giovinezza al lusso criminale, è uno spostamento verso Nord, verso l’alto; Siracusa, il miraggio della moda e della bella vita italiana, è invece uno scivolamento verso Sud, verso il basso. I rari momenti di felicità che il protagonista vive insieme a una donna siracusana, che è anche il narratore omodiegetico e intradiegetico del romanzo, lasciano il passo a una natura decadente e corrotta dal male che infligge e che si lascia infliggere. Eppure lui resta bellissimo agli occhi di chi lo ama, nonostante il suo abbruttimento fisico, l’andamento claudicante, nonostante certe inclinazioni che sporcano la sua moralità. L’andata a Milano, scappando dalle responsabilità di padre e marito, è un tentativo di rimettersi in piedi, di sollevarsi, di puntare nuovamente in alto nella topografia delle sue irragionevoli aspirazioni.
L’altro addio diventa, pertanto, un distacco duplice, il commiato dolorosissimo di chi si vede separato due volte – dalla fine di un amore e dalla fine di un’esistenza.

Il romanzo è intriso di forti contrasti, come le brume ghiacciate della Polonia e il sole accecante della Sicilia, come l’abbondanza di denaro e la miseria, come la morte ineluttabile e la guarigione sperata. Proprio il tema della guarigione si intensifica verso le ultime pagine, lasciando intendere al lettore che si tratta di una guarigione dello spirito piuttosto che del corpo, mentre appare chiaro che la sofferenza del protagonista aveva un significato puramente cristologico, di riscatto ed espiazione. Impossibile, in questo senso, non cogliere il parallelismo col Cristo nell’immagine del protagonista sdraiato in un letto di ospedale e “la fronte corrucciata di un medico chino sul […] [suo] costato” attraverso il quale si tentata di drenare ciò che si accumulava nei polmoni. Dunque la malattia fisica, per quanto vera, è solo la metafora di un altro male, come spiega la voce narrante: “[S]offrivi per il male oscuro e tenace, il male che ti scavava in petto: si chiamava nostalgia” (p. 202). La nostalgia, di fatto, è la vera nemica del protagonista, capace di torturarlo coi ricordi dell’adolescenza, con gli odori e i sapori della terra natale, con i fiumi, i monti, i boschi, le case e la gente della sua Polonia, sempre troppo lontana dall’Italia e tanto anelata. Naturalmente il male è anche presente nei ricordi, un male – sia ben chiaro – che non è malvagità ma incapacità di resistere alle tentazioni, ai soldi facili, all’alcol, alla sessualità a volte smodata e a volte egoistica, al bisogno di rivalsa dopo aver subito torti e violenze da un padre adottivo da cui il protagonista non ha mai ricevuto amore.
Ecco allora che la morte si adombra in ogni momento della vita, dal più intenso al più banale: l’orgasmo è rigorosamente appellato alla francese come “piccola morte”, così come la morte è presente nel falciare uno a uno tutti gli sciagurati compagni di bevute, dai parchi siracusani ai sottopassaggi milanesi. Effettivamente molti personaggi hanno già l’aspetto di un cadavere quando sono ancora in vita: persone che inspiegabilmente si muovono e respirano nonostante la loro condizione sia già segnata per i brutti giri che frequentano o per la disperazione che spesso si trasforma in suicidio – poco conta che sia istantaneo come il lanciarsi sotto le rotaie o lento, come l’abbandono all’alcolismo, alla trascuratezza, alla resa di fronte alla malattia. La morte si insinua come una maledizione, invade il corpo di qualcuna che viene amata e posseduta, oppure trasuda dall’inadeguatezza di chi non è pronto a sopportare la croce quotidiana e finisce per crepare a ridosso di un cassonetto o sgozzato in una campagna come un maiale nello scannatoio.

In questo mondo frantumato e imperfetto, dove è soprattutto il dolore a contagiare chi sta bene, dove il male sparge il seme della disperazione, la donna impersonata dall’io narrante prova in tutti i modi a redimere e a salvare colui che ama, colui il quale non sa sottrarsi al richiamo della propria distruzione. Un tentativo, questo, che appare come lo sforzo titanico di privarsi di qualcosa pur di donare salvezza: “La nostra rinuncia avrebbe forse servito il mondo, cosa se ne faceva il mondo della nostra rinuncia?” (p. 175). C’è da dire che questo tentativo di salvezza passa anche attraverso lo spirito di sacrificio e di rinuncia penitenziale, chiaramente riflesso nell’anoressia del personaggio che dà voce alla storia, un’anoressia che è inappetenza per la delusione sentimentale ma anche la cifra di un digiuno ascetico. La salvezza, nell’accezione più religiosa del termine, diventa pertanto la meta verso cui protendono sia il protagonista che la narratrice, sebbene ciascuno dei due lo faccia con mezzi appena diversi. Questa tensione sarà anche il loro più autentico punto di incontro dopo le afflizioni e le ripetute separazioni.

Quello che resta dopo aver letto questo romanzo è un senso di pietas come devozione verso il sacro, verso gli affetti e verso la patria (il protagonista sente una commovente nostalgia per la Polonia). Già la primissima pagina del romanzo si apre con questa dichiarazione di intenti narrativi: “Sai cosa sia la pietà, dimmi?” (p. 11). Chi narra la storia ha questa domanda incalzante per l’interlocutore amato e perduto. E poi ancora: “Mi sovveniva la pietà, cera calda sulla ferita. La pietà. Non era difficile immaginarti stravolto, agitato” (p.121). La voce narrante, a un certo punto, dà anche la propria definizione di pietà, rispondendo alla domanda che poneva nell’incipit: “Io la chiamo pietà, l’espressione più nobile e segreta dell’amore. […] Ti dico pietà, ascolta pietà pietà, cioè amore amore. […] Chiusi gli occhi, e ti amai da lì e per sempre” (pp.85-86).

In mezzo a tanta umanità violentata dalla sfiducia e dalla miseria, descritta senza risparmiare immagini crude e rivoltanti, il romanzo di Veronica Tomassini punta l’attenzione sulla pietà come amore e sulla speranza quale dono soprannaturale che si nutre di fede e di preghiera. Lo stesso nome della persona amata si trasforma spesso in una giaculatoria, mentre le immagini sacre dei grani di un rosario o dell’icona di Wojtyla saranno presentati come i segni di un cambiamento profondo, di una salvezza sperata e creduta, voluta e raggiunta.
Giuseppe Raudino