venerdì 9 giugno 2017

Il primo Scratch di Pierpaolo

Supportato da una serie di sponsor che vanno dal mondo dell'informatica (Microsoft, Dell) a quello dei giocattoli (Lego), il MIT (Massachussets Instite of Technology) ha ideato Scratch, una piattaforma online per programmare in modo intuitivo e divertente. Con Scratch si possono creare animazioni, giochi e storie.
Ecco cosa ha fatto mio figlio (8 anni) la prima volta che ci ha messo mano.

martedì 30 maggio 2017

La fine di un sogno spensierato: "Tre ragazzi immaginari" di Enrico Brizzi (recensione)

Tre Ragazzi Immaginari - Brizzi
Il tempo si mischia, il presente si fonde al passato in più riprese attraverso la memoria dell’io narrante che, da una sequela iniziale di ricordi affidati più al caso che alla cronologia delle proprie esperienze, trova un sottile filo conduttore più ordinato nella parte centrale e in quella finale del romanzo. L’effetto che in questo modo si viene a creare è particolarmente suggestivo, poiché, da una sorta di caos iniziale, il testo si trasforma in un microcosmo capace di sorprendere e, al contempo, di suscitare aspettative nel lettore.
Il romanzo (edito da Mondadori) si sviluppa su due piani distinti che mostrano tuttavia di possedere numerosi punti di contatto: da un lato la cronaca degli ultimi tre giorni di carnevale trascorsi a Bologna, che sembrano rappresentare per il protagonista quasi ventiquattrenne l’ultima occasione di puro svago e di sano divertimento fuori dai canoni, durante il quale è concesso l’ultimo sprazzo di immaturità prima dell’ingresso nel mondo adulto; dall’altro l’incontro e il colloquio con alcuni bizzarri personaggi che ne rievocano, con le loro parole, i momenti più significativi del passato.
La riflessione, pertanto, è quasi un obbligo: ripercorrere sia i momenti più belli che quelli carichi di maggior tensione, da quando era ancora un quattordicenne fino alla soglia dei vent’anni, determina nell’io narrante alcuni giudizi su alcuni episodi del passato che talora sono severi, talora lo fanno sorridere a denti stretti, o addirittura, in altre occasioni, suscitano in lui un grande rimpianto e un’immensa nostalgia. E proprio la nostalgia sembra essere il sentimento che con maggiore spinta si pone in rilievo, perché il passato di chi racconta è fitto di struggimenti amorosi, di grandi ostacoli e di insistenze continue e caparbie che rendono meritatamente ripagata la sua tenacia e l’eccezionale determinazione.
Chiara, il primo amore, così puro e meraviglioso come in quasi tutti i sogni degli adolescenti, è una fanciulla sublime; è «un cigno» che sa distinguersi da tutte le altre per la grazia del portamento, per la bellezza e per l’intelligenza: una figura, insomma, che difficilmente un ragazzino di quattordici anni può riuscire a credere reale, anche dopo averla conosciuta e corteggiata. E poi l’inesorabile scansione del tempo, la crescita dei corpi, delle forme, e dei desideri, che tendono a modificarne lievemente la concezione perché chiedono di apprezzare la bellezza anche dal punto di vista fisico, sensuale. Ma il ricordo di Chiara non è l’unico: ci sono le corse in bicicletta fino a scuola, le assemblee di istituto, i compagni di classe; la vita fervente del liceo, con tutti i suoi numerosi studenti, pronti a scambiarsi opinioni e a discutere dei propri miti adolescenziali, della musica che si ascolta, dei gruppi rock preferiti; e poi ancora: le bravate, i problemi vissuti da giovani che si lasciano trasportare più dai sentimenti che dalla ragione, le serate trascorse fino a tardi fuori di casa per assistere ai concerti, oppure seduti al tavolino di un pub, in compagnia, bevendo una birra tutti assieme…
Dunque il romanzo presenta con estrema sensibilità e con grande piacevolezza un copione che molti hanno già vissuto e che ricordano, forse, con altrettanto rammarico. Così è facile affermare che il tema dominante dei tre ragazzi immaginari sia la riluttanza a dover salutare per sempre quel mondo meraviglioso che è la primavera della vita e arrendersi di fronte all’avanzare degli anni. Anche perché – è quasi naturale inferirlo – i tre ragazzi ai quali l’autore fa cenno nel titolo non sono altro che la stessa persona contestualizzata in tre differenti circostanze: il protagonista quindicenne, il protagonista ventenne e il protagonista ventiquattrenne, giunto al “capolinea” della giovinezza.
Tenendo conto di quest’ultima interpretazione è possibile capire anche il perché siano stati scelti come “sfondo” al romanzo gli ultimi giorni di carnevale. Il punto chiave sta nella “maschera”, in quella stessa maschera che il protagonista aveva deciso di indossare quando aveva solo diciassette anni, affermando con convinzione che «le delusioni avrebbero colpito il semplice che fingevo di essere, non il vecchio Me Stesso orgoglioso e vulnerabile». In poche parole «il fottuto Semplice Mascherato [era] un pazzo giovanile che per timidezza e malintesa forza di volontà aveva sempre da dirmi qualche cosa, e, in determinate circostanze di maggior pericolo, s’ostinava a voler prendere il comando». Qualche riga più avanti, e l’io narrante confessa con ammirevole sincerità il timore che prova verso il “mondo”, avvalorando la nostra ipotesi: «Non sono pazzo. Sono solo un ragazzo, e alle forme del mondo non si sa mica tanto bene come rispondere, e allora può sembrarti indispensabile dover interpretare te stesso come qualcosa che ama le maschere, e solo con le maschere potrà provare a scamparla».
La maschera, quindi, “salva” in un certo senso il giovane protagonista e lo guida attraverso tutti i problemi da adolescente, aiutandolo a superarli. Ma adesso, da tenero ragazzino che era, è divenuto grande e inequivocabilmente adulto: il carnevale è finito, la maschera viene messa in disparte e bisogna cominciare a vivere facendo parte di quel mondo che fino a qualche anno prima rappresentava un motivo di panico. Tutt’al più, rovistando fra gli oggetti che appartengono al nostro passato, è concesso tenere fra le mani solo per qualche istante la gloriosa maschera dei vecchi tempi. E, magari, lasciare che i ricordi fluiscano liberi per un po’.
 
(recensione apparsa su Primo tra il 2000 e il 2002)
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lunedì 1 maggio 2017

Alcyone: D'Annunzio, l'oleandro e Siracusa (recensione)



Alcyone
Testimone di una stagione poetica folgorante, colma di trasalimenti amorosi, di ispirazioni paniche, di catarsi giovate dall’equilibrio con la natura e di impetuosi parossismi, Alcyone di Gabriele D’Annunzio (disponibile in numerose edizioni) è uno tra i più marcati segni di capolavoro decadente della letteratura.
Attraverso gli ottantotto componimenti del libro, senza risparmiare manierismi e retorica, il Vate mette sulla carta affettazione e sincerità combinandole in sincretismo tanto perfetto da suscitare la religiosa contemplazione del lettore. Tuttavia, tra un verso e l’altro è possibile notare qualche punto in cui le emozioni vengono trasudate dall’animo del poeta e trascritte sinceramente, forse per provvida sbadataggine, senza sottostare al vaglio serrato dell’autore, ineccepibilmente incline al periodare difficile e fin troppo elegante. E allora la retorica e l’affettazione si assopiscono per dare spazio alla potenza del verso, finalmente spogliato d’ogni fronzolo superfluo e incorruttibile nella inimitabile musicalità dannunziana. Emblematico è il caso de La sera Fiesolana o de La pioggia nel Pineto; così anche per le meno celebri come Innanzi l’alba, Meriggio, Le Stirpi Canore.
La compagna del protagonista è soprannominata Ermione, l’ambientazione è marina, il periodo estivo: trasfigurandosi nel mitico Glauco, il Vate si gode il periodo più ricco, proficuo e fortunato della sua attività poetica, ammirando le bellezze circostanti – che vanno dalla Toscana alla Sicilia alla Grecia, da Fiesole alla Versilia a Siracusa – e celebrando sontuosamente i moti dell’animo, capace di vibrare alla minima sollecitazione e abile nel vedere poesia persino in una folata di vento.
Siracusa, immortalata nel componimento dal titolo L’Oleandro, viene descritta come potente e fascinosa città dall’indimenticabile rogo del cielo vespertino, dal maestoso porto somigliante a un grande arco teso dalla sua stessa potenza, e ravvivata dai colori forti e belli del fiore dell’oleandro. D’Annunzio cita apertamente Ortigia, il Plemmirio e l’Acropoli di Siracusa, scegliendola come contesto idoneo per i suoi sogni trionfali senza nascondere il desiderio di vedersi cingere la fronte dall’oleandro piuttosto che dal lauro: oggi, forse, inorridirebbe alla vista di qualche Piazza siracusana barbaramente spogliata.
SIracusa - Piazza Duomo senza oleandri

(recensione apparsa su Primo tra il 2000 e il 2002 - Foto di R. Capozio tratte da questo portale)
 
Oleandri a Piazza Duomo
Oleandri a Piazza Duomo

lunedì 24 aprile 2017

Malta in Vespa



(NB: questo racconto è stato letto da Matteo Caccia ai microfoni di Radio24 - Il Sole 24 Ore durante la puntata del programma "Voi Siete Qui" del 20/06/2014)



La prima volta che ho davvero sentito di trovarmi su un’isola è stato a Malta.
Tutto comincia quando un giorno d’estate tu e la tua ragazza (che poi diventerà tua moglie) montate sulla vostra Vespa ET4 150 e vi dirigete di buon’ora a Pozzallo, dove vi aspetta un traghetto per La Valletta. In realtà le cose non filano tanto lisce e c’è qualche intoppo coi carabinieri, che vi trattengono per una stupidaggine riguardante i documenti, tant’è che dovete rimandare la partenza alla sera.
In qualche modo, però, devi ammettere che i guastafeste della Benemerita vi hanno fatto un bel favore, perché arrivando a destinazione con le deboli luci della notte, mentre il traghetto procede lento tra le fortificazioni del porto, così solenni e imponenti e superbe, vi basta una sbirciata fuori dall’oblò per avvertire una drammaticità che vi travolge. Inaspettatamente, in vista dell’attracco, il regime dei motori precipita al minimo, cala il silenzio, l’atmosfera si fa quasi surreale, e i chiaroschuri là fuori ti fanno respirare una gravità invincibile, come se davvero ti trovassi dentro a un quadro di Caravaggio.

La cartina è spiegata sulla sella, davanti al primo bancomat dove hai appena prelevato valuta fresca. Di gps e navigatori ancora non se ne sente parlare un granché: devi orientarti alla vecchia maniera. Verso mezzanotte sei già alle prese con rotatorie da imboccare in senso orario e strade indegnamente dissestate che a Malta, come nel resto del Commonwealth, si percorrono rigorosamente contromano.
Arriviamo all’ostello nonostante tutto. Ci danno la stanza più bella, con vista sul mare e da lontano si vede perfino Victoria, sull’isola di Gozo, ma il vero splendore arriva l’indomani, quando un fascio di luce abbacinante penetra senza problemi anche attraverso le tende spesse e i pesanti drappeggi.
A quel punto ci ritroviamo carichi di una nuova euforia: abbiamo la cartina dettagliata di un’isola raggiante che misura soltanto 15 chilometri in larghezza e 27 in altezza; abbiamo una Vespa a nostra completa dispozione per esplorarla come meglio crediamo e ci sono un mucchio di bellezze architettoniche, storiche, artistiche, culturali, paesaggistiche e gastronomiche che ci fanno l’occhiolino. Pura ebrezza.
Ecco allora che ti studi a menadito la Lonely Planet, mentre  cominci a intravedere collegamenti con altre letture, oltre a un mucchio di curiose coincidenze e di tante altre storie che emanano un affascinante sentore di mistero, da Caravaggio ai Cavalieri Ospitalieri, dai templi megalitici più antichi di Stonehenge a alle catacombe paleocristiane, dalle prigioni sotterranee ai vari cuniculi e ipogei disseminati per l’isola.
Ti lasci prendere la mano, bisogna ammetterlo. Rinunceresti pure al mare cristallino pur di andare appresso a quelle visioni, ma poi ti ricordi che non sei qui in veste di ricercatore: la tua ragazza, dopotutto, vorrebbe anche sentirsi anche un po’ in vacanza. Ecco allora che abbandoni la Vespa in prossimità di baie remote (e inspiegabilmente deserte, per un’isola che è tra le più densamente popolate al mondo) e passeggiate sulla spiaggia, bevete un drink nella chiassosissima St Julian, respirate odore di capperi e origano lungo le polverose strade interne, che non conoscono l’asfalto ma semplici muretti a secco ai loro margini, disposti lì a biancheggiare in mezzo alla calura della macchia mediterranea.
A un certo punto si visita un villaggio pittoresco, col mercato rionale che riempie l’aria di odori e urla, coi pescatori che riparano le reti seduti davanti all’uscio e le barche vicine che ondeggiano tranquille di colori sgargianti. Decidi così che vale la pena restare un po’ più a lungo da quelle parti.
La stessa sera si cena a base di pesce su un terrazzino da cui si scorgono lontani i tremolii delle lampare, mentre sorseggiamo dei vini locali forti e imbevibili (certo, non poteva essere tutto perfetto), fino a quando in piena notte, a una ventina di chilometri dall’ostello, la cinghia di trasmissione decide di squarciarsi. Accostiamo, assicuriamo la Vespa a un palo della luce e ci incamminiamo verso un villaggio vicino, dove riusciamo a prendere l’ultima corriera. Che fortuna. Sì, perché la disavventura tutto sommato ci sta lo stesso, dal momento che ci porta a salire su uno di quei tipici autobus maltesi bianco-arancioni degli anni sessanta, tutti cromati, rumorosi, dall’estetica superba e dalle emissioni mefitiche e velenose. L’autista ha un sorriso simpaticissimo e una catenina d’oro adagiata sui peli del petto; guida tutto allegro e approssimativo, coi finestrini abbassati e la radio a palla, mentre inquina irrimediabilmente lungo la strada costiera.
Il proprietario dell’ostello ci mette in contatto con il suo simpatico amico George, che nel look ha più o meno le stesse preferenze estetiche dell’autista, solo che lui sta alla guida di una macchina scassatissima dotata di gancio e provvidenziale carrello. Andiamo a recuperare la Vespa, la facciamo salire sul rimorchio come un vitello mansueto e rassegnato. Nel giro di mezz’ora è già sotto le mani esperte di un altro George, meccanico specializzato della Yamaha dotato di apertura mentale verso altre marche.

Gli ultimi giorni di vacanza sono più rilassati. Si va spesso ad ammirare il blu profondo del mare che si staglia netto contro un cielo sempre terso. A volte si fa un tuffo, a volte ci si siede su una roccia a contemplare il rumore dei flutti.
Il mare è ovunque, in ogni pensiero: qui basta che ti guardi attorno per sentire ogni momento la sua presenza e, di rimando, la tua costante limitatezza. Il mare è un limite perentorio, che affascina e che ti racchiude, che circoscrive e ridimensiona, che ti obbliga a voltarti indietro e a riflettere su qualcosa di eccezionale: per spaziare e scorgere l’infinità dell’uomo basta che tu guardi verso te stesso, dentro di te, verso i limiti che puoi trovare anche su un fiore di roccia sbocciato nel cuore del Mediterraneo, senza dover ricorrere per forza al sublime della vastità o alla vertigine dell’immenso.