venerdì 10 novembre 2017

Il silenzio coprì le sue tracce (recensione)



http://amzn.to/2hNL8ogIl romanzo di Matteo Caccia intitolato Il silenzio coprì le sue tracce (Baldini&Castoldi, 2017) affronta una tematica assai cara all’antropologia che potrebbe sintetizzarsi con la seguente serie di opposizioni: natura vs cultura, animale vs uomo, selvaggio vs domestico e rurale vs urbano.
Zambo è il protagonista di questa storia, un uomo che lascia Genova per incamminarsi a sud, lungo l’Appennino tosco-emiliano, attraversando luoghi impervi e desolati in compagnia del suo cane Tobia. A fare da contraltare alla docilità, alla sottomissione e all’obbedienza del cane, animale da secoli al servizio dell’uomo, Matteo Caccia esalta – non senza ammirazione – la figura del lupo, tanto simile per carattere e patrimonio genetico all’amico fidato dell’uomo ma ben diverso per spirito di avventura e libertà. Malgrado abbiano dei lontanissimi antenati in comune, il cane è comunque un essere addomesticato, mentre il lupo rimane volitivo e indipendente. Tra le due realtà Zambo sembra non saper scegliere, anche se la propensione è tutta verso la libertà e la natura. Per esempio, il traffico urbano, il suono dell’ascensore condominiale e la mancanza di privacy a causa delle pareti sottili che permettono di sentire lo sciacquone dei vicini non fanno proprio per lui. Lo stesso legarsi a una donna, improvvisamente apparsa e misteriosamente scomparsa, ha per Zambo un che di ferino, dove la sessualità è diretta e spogliata del fardello culturale che la appesantisce con aspettative sociali e morali.
Il viaggio del protagonista ha una finalità ben precisa, ma la scelta di farlo a piedi è il primo passo verso una scoperta che andrà ben oltre lo scopo per cui lo si era inizialmente intrapreso. La montagna ha un’anima tutta sua; anche lo scorrere del tempo è diverso rispetto alla città. Zambo all’inizio non ne è consapevole, eppure, man mano che prosegue nel suo cammino, si capisce chiaramente che il suo presente si immerge ineluttabilmente in un passato fatto di poche luci e molte ombre da svelare. Il tempo si dilata, come una bolla che si gonfia e resta sospesa a mezz’aria. A volte la bolla esplode, e riporta brutalmente Zambo alle preoccupazioni della quotidianità, ma poi si ricompone presto, lasciando che Zambo torni a immergersi in un presente nel quale il futuro conta ben poco (il protagonista si libera dell’orologio, a un certo punto), dove gli appuntamenti non esistono e la temporalità del mondo moderno è tenuta lontana dai confini della natura selvaggia.
Ma torniamo al lupo. Questo animale, che intreccia il proprio cammino con quello di Zambo, è all’inizio una curiosità. Ben presto, però, diventa un’ossessione per il protagonista fino a rasentare la follia. È sempre lo stesso lupo, è sempre lui che scompare e riappare: un giovane esemplare ribellatosi al potere del padre e in cerca di una femmina per formare un nuovo branco. In questo Zambo gli somiglia molto, perché anche lui ha una sete inestinguibile di affrancamento e indipendenza da un padre troppo assente, distratto dalla carriera, dal carattere forte e risoluto, capace di provocare nel figlio un senso di inferiorità bruciante per dei successi troppo difficili da replicare.
Immagine tratta dal romanzo
Dopo alcuni incroci casuali, gli incontri tra Zambo e il lupo si fanno più frequenti e più significativi, mentre il desiderio di Zambo pende sempre più a favore di una vita lontana dalla cosiddetta civiltà (il solo pensiero di votare lo fa andare su tutte le furie).
La città e la montagna sono dunque incompatibili. La stessa violenza ha significati diversi, specialmente nel contesto della resistenza partigiana, di cui Zambo è un anomalo prodotto in quanto, a sua volta, figlio di due estremi non possono trovare un punto di contatto. Da un lato ci i fascisti, giù nelle città, che ricorrono alla violenza per mantenere il controllo, mentre chi si ribella al regime si rifugia su in montagna e usa la violenza per resistere, per ritrovare la libertà negata. Una cosa è chiara, comunque: che la violenza è inevitabile, che il combattimento non si può rimandare, che il ritorno a una felice vita in armonia con la natura è una grande bugia inventata da chi la natura non la conosce affatto.
A questo proposito vengono in mente le teorie dell’antropologo Kluckhohn, che studiava le culture in base al rapporto di dominanza, armonia o sottomissione dell’uomo rispetto alla natura. Ci sono popoli che si abbandonano ai dettami della natura, accettando e adattandosi a inondazioni, carestie, siccità; ci sono altri popoli, invece, che la natura la vogliono dominare fino in fondo, cambiandola e soggiogandola ai propri bisogni con dighe, infrastrutture e opere di ingegneria. Se le palafitte della Cambogia lasciano che l’acqua scorra senza inondare le case, le dighe olandesi sfidano il mare per tenere asciutte le case dei propri abitanti. L’opposizione tra uomo e natura, tra i bisogni del primo e la forza della seconda, è sempre conflittuale; quello che cambia è il modo di affrontare il conflitto. Come ho detto prima, Zambo sembra indeciso, e oscilla a più riprese tra i due estremi, anche se il suo oscillare è leggermente più attratto verso una delle due posizioni, come una pendola inclinata che ha perso la sua isocrona maestà. E allora, per trovare la soluzione a questo dilemma così antico eppure così attuale, cultura e natura trovano simbolicamente un punto di sintesi nel lupo stesso, che è capace di incrociarsi col cane per dare vita a un ibrido nel quale i due aspetti, domestico e selvaggio, coesistono.
La storia viene raccontata con uno stile asciutto nel quale non mancano, tuttavia, alcuni momenti di profondo lirismo nelle descrizioni di paesaggi e stati d’animo: “Il cielo a est si ingrigiva, mentre a ovest conservava a stento un color malva. Lui poteva sentire il proprio respiro e la brezza impercettibile che al raffreddarsi del mare spirava dalla costa. In quella bellezza senza tempo il mondo sembrava abbandonato e spaventoso”.
Sempre per quanto riguarda lo stile, si nota anche l’insolita scelta di inframezzare il classico racconto in terza persona con alcune riflessioni, brevi e intime, rese in prima persona dalla voce del protagonista. A questo si aggiunge anche il frequente ricorso a termini tecnici presi in prestito dal linguaggio delle scienze naturali per classificare piante e animali: in questo modo, attingendo dalla biologia per molti termini inusuali, Matteo Caccia contribuisce a rendere più forte l’atmosfera che il romanzo vuole creare.
È questo, di certo, un romanzo per chi ama la natura e le passeggiate, per chi vuole osservare quel tratto interno compreso tra Maremma e Liguria da una prospettiva inedita, e per chi è curioso di esplorare le pulsioni che alimentano attitudini e comportamenti umani.
Giuseppe Raudino